| Il Consiglio dei ministri del 28 ottobre ha varato il Disegno di Legge di riforma del sistema universitario. I proclami del Governo si ispirano, come al solito, a parole d'ordine quali merito, qualità, trasparenza. In realtà, il testo del DDL rappresenta la traduzione normativa dell'opera di smantellamento del sistema universitario pubblico, già avviata con provvedimenti economici e misure tese a colpire la didattica e ad imporre tagli all'offerta formativa.
GOVERNANCE: il sistema di governo degli atenei verrà completamente stravolto. Il senato accademico sarà esautorato dal suo ruolo di indirizzo politico. Il Consiglio di amministrazione, che dovrà essere composto da almeno il 40% di membri esterni all'università, diventerà l'organo supremo dell'ateneo, assumendo competenze sul reclutamento, e addirittura su didattica e ricerca. Sarà, per esempio, il Cd'A a decidere sulla sorte dei corsi di studio. DSU: il sistema del diritto allo studio verrà colpito da una vergognosa revisione. Il ddl delega il governo a rivedere la normativa di principio sul dsu. Inoltre, a fronte dei gravissimi tagli, previsti nei prossimi anni per il sistema “tradizionale”, verrà istituito un “Fondo speciale per il merito”, composto di buoni studio e prestiti d'onore, erogati sulla base di un test nazionale che prescinderà dalle condizioni di reddito. Si passa da un modello di servizio pubblico, legato alle condizioni economiche degli studenti, ad un sistema di prestiti che costringerà ad indebitarsi prima ancora di entrare nel mondo del lavoro. DOCENZA: verrà istituita la figura del ricercatore a tempo determinato. Ci sarà un contratto di tre anni, rinnovabile per altri tre. Se da una parte questo provvedimento potrebbe essere letto in modo positivo, perché vorrebbe eliminare la figura del “ricercatore a vita”, dall'altra, senza un'adeguata programmazione, finirà per istituzionalizzare una gravissima forma di precariato. Inoltre, ancor più intollerabile è il fatto che un ricercatore, la cui primaria attività dovrebbe essere quella di fare ricerca, si troverà costretto ad un impegno didattico pari a quello di un docente. UNA RIFORMA A COSTO ZERO: ogni intervento previsto “non dovrà comportare maggiori oneri per le finanze pubbliche”. Eppure, nessuna riforma, che pretenda di essere strutturale, può farsi senza significativi investimenti. Il DDL, invece, interviene su un sistema universitario pubblico che sta già morendo a causa dei tagli, previsti dalla legge 1/2009 (la ex-133) e confermati nell'attuale disegno di legge finanziaria. Nel complesso, al di là di qualche correttivo, proposto già da anni negli ambienti universitari (per esempio, il potenziamento del sistema di valutazione del corpo docente e del reclutamento svolto), emerge da questo ddl la grave ipocrisia del governo. Dietro i proclami, ci troviamo di fronte al coronamento di un percorso di aziendalizzazione del sistema formativo, basato su criteri contabili e non su scelte culturali. Informiamoci e lottiamo! |